venerdì 13 settembre 2013

Democrazia e gruppi di pressione



La democrazia è generalmente intesa come un insieme di regole per la risoluzione pacifica dei conflitti. Le più importanti tra queste regole riguardano il principio di maggioranza, l’uguaglianza del voto, le consultazioni libere e periodiche, il rispetto dei diritti e delle minoranze. Accanto a questo tipo di democrazia (definita formale), ve n’è una (sostanziale) che fa riferimento ai contenuti della democrazia stessa, ma è assai più difficile da teorizzare in quanto presuppone l’esistenza di un unico codice etico che probabilmente eliminerebbe la stessa dialettica democratica.
Gli attori principali della democrazia sono i partiti politici e i gruppi di pressione/interesse.
I partiti politici hanno subito mutamenti sostanziali nel corso dei tempi: nell’800 erano presenti soprattutto partiti di notabili, comitati elettorali che sostenevano le candidature principalmente di nobili, medici, avvocati.
Sorgono successivamente partiti di massa caratterizzati da ideologie abbastanza precise, apparati, alto numero di iscritti e che svolgono un’attività politica continua. Si tratta di partiti di ispirazione socialista e cattolica e che talvolta, come nel caso del partito leninista, presentano una forte disciplina interna.
Negli anni ’60 si afferma il catch all party che indebolisce i riferimenti ideologici e si rivolge soprattutto ai cosiddetti gruppi di pressione che difendono interessi particolari e pur non partecipando alla lotta per il potere politico, rivolgono ai partiti le loro richieste.



In base alle modalità con le quali i gruppi di interesse e i movimenti comunicano con i detentori del potere politico, Almond e Powell rilevano quattro forme di gruppi di pressione:
  1. Gruppi di interesse anomico: ricorrono a forme illegali come sommosse, tumulti… Quindi adottano forme di partecipazione politica non convenzionale
  2. Gruppi di interesse non associativi: sono basati sull’etnica, sulla religione e sulla provenienza geografica
  3. Gruppi di interesse istituzionali: per esempio esponenti di burocrazie militari, membri di una religione
  4. Gruppi di interesse associativi: per la tutela dei propri iscritti
I loro punti di forza sono:

  •          Numero di iscritti
  •          Rappresentatività
  •          Risorse finanziarie disponibili
  •          Qualità ed ampiezza delle conoscenze utilizzabili
  •          Collocazione nel processo produttivo

Per Olson la stabilità politica, intesa come durata dei sistemi politici, favorisce la crescita numerica e organizzativa dei gruppi di interesse che chiedendo crescenti risorse da distribuire ai loro rappresentati, provocano  il “declino delle nazioni” a causa dell’indebolimento delle capacità produttive dei paesi nei quali essi operano.

La sfida di questi gruppi è importante anche per comprendere il declino dei partiti e della forma partito tradizionale e alcune anomalie della democrazia stessa.

giovedì 5 settembre 2013

L'UE tra euroscetticismo ed opportunità




Come premessa a questo nuovo articolo, ci premeva ringraziare sentitamente l’Associazione Famiglia e Valori, per la possibilità che ci ha concesso di essere ospitati all'interno del loro sito web, acquisendo in questo modo anche maggiore visibilità e numero di visite, di accessi e per un blog nato da poco, è una grande opportunità. (http://www.famigliaevalori.it/)
Inoltre la cosa ci rende ancora più felici ed entusiasti per l’assoluta condivisione valoriale per tutto ciò che Famiglia e Valori realizza sul territorio e per i principi e gli ideali che la governano e ne ispirano l’attività quotidiana come veri principi guida.

E un ringraziamento particolare alla persona di  Giovanni Gnutti, Presidente dell’Associazione Famiglia e Valori per  il confronto quotidiano con il quale ci è di stimolo continuo e contributo proficuo per l’attività  che da oggi anche grazie  l’Associazione, andremo a svolgere.

Nell'articolo di oggi vorrei affrontare una problematica magari delicata, sensibile, ma non per questo meno importante e significativa nella vita di tutti giorni, specie nell'ultimo decennio:  la questione sulla centralità nella vita degli Stati Europei e dei cittadini, dell’UE, tra scetticismo o meglio euro-scetticismo ed opportunità.



A proposito dell’attuale situazione europea e dell’odierna strategia politica comunitaria, sostiene Josè Manuel Barroso, Presidente della Commissione Europea:” La strategia Europa 2020 punta a rilanciare l'economia dell'UE nel prossimo decennio.  In un mondo che cambia l'UE si propone di diventare un'economia intelligente, sostenibile e solidale. Queste tre priorità che si rafforzano a vicenda intendono aiutare l'UE e gli Stati membri a conseguire elevati livelli di occupazione, produttività e coesione sociale. In pratica, l'Unione si è posta cinque ambiziosi obiettivi – in materia di occupazione, innovazione, istruzione, integrazione sociale e clima/energia – da raggiungere entro il 2020. Ogni Stato membro ha adottato per ciascuno di questi settori i propri obiettivi nazionali. Interventi concreti a livello europeo e nazionale vanno a consolidare la strategia”.
Ricordo circa la centralità dell’UE come istituzione politica che fin dagli inizi del XIV° secolo, il giurista francese Pierre Dubois auspicava la formazione di una confederazione europea retta da un consiglio di “uomini saggi e fedeli”. Furono solo gli orrori dei due conflitti mondiali a creare le premesse per un suo rilancio e cioè la volontà di prevenire un altro conflitto e la necessità di organizzare la ricostruzione del continente su una base più ampia di quella costituita dalle singole potenze a mettere in moto il processo di unificazione.
La ricostruzione europea costituiva un’opportunità di legare all’area economica degli USA, alcuni Paesi del vecchio continente, creando un blocco economico e politico alternativo a quello che si andava delineando tra i paesi comunisti dell’Europa orientale.
L’idea d’Europa origina e si struttura con l’azione strutturale (nasce con la stipulazione dei Trattati di Roma, si rafforza con il varo delle politiche comunitarie, prende forma e corpo con la costituzione dei fondi di investimento, si realizza con la progettualità comunitaria), passando attraverso un processo di integrazione politica, istituzionale (1951-52: CECA; 1957-58: CEE,EURATOM; 1986-87: ATTO UNICO EUROPEO che è una sorta di revisione dei Trattati di Roma), economica e di allargamento dell’unione.
Poste queste premesse non si può restare indifferenti ad una posizione che dovrebbe essere spuria, media tra un’esaltazione comunitaria a prescindere ed un freddo e cinico euro-scetticismo.

Ricordava il saggio Aristotele nella sua Etica nicomachea:” D’altronde la virtù ha per oggetto passioni ed azioni, nelle quali l’eccesso costituisce un errore e il difetto è biasimato, mentre il mezzo è lodato ed ha successo: e queste sono, ambedue, caratteristiche della virtù. La virtù è dunque una sorta di medietà, perché appunto tende al mezzo…
La virtù è dunque una disposizione che orienta la scelta deliberata, consistente in una via di mezzo rispetto a noi, determinata dalla regola, vale a dire nel modo in cui la determinerebbe l’uomo saggio. È una medietà tra due vizi, uno per eccesso e l’altro per difetto. E lo è, inoltre, per il fatto che alcuni vizi difettano, altri eccedono ciò che si deve sia nel campo delle passioni che delle azioni, mentre la virtù e ricerca e sceglie deliberatamente il medio…
Perciò secondo la sua sostanza e la definizione che ne esprime l’essenza la virtù è una medietà, ma secondo l’eccellenza e la perfezione è un estremo…”.




Riflettendo circa il percorso e la centralità dell’EU, mi sono tornate alla mente le parole e la posizione assunte dal noto sociologo Ralf Dahrendorf su “Perché l’Europa? Riflessioni di un europeista scettico” fin dal 1996, ma che nonostante i cambiamenti e mutamenti politici-istituzionali (anche a livello europeo) accorsi in questo quasi ventennio, trovo sempre molto attuali e pertinenti.




Il meta-quesito che fa da padrone nelle riflessioni di Dahrendorf, è la centralità assoluta attribuita all’unione monetaria e collegata a questa: ”qual è il vero motivo per cui oggi noi ricerchiamo l’Unione Europea?
Trovo che uno dei “must” che dovrebbero essere seguiti pedissequamente nelle riflessioni di Dahrendorf, sia la necessità e l’urgenza di guardarci dall’eurocinismo od euroscetticimo. Io condivido pienamente la definizione che il sociologo dava di sé stesso, come europeista scettico che è allarmato dalla frattura esistente fra le intenzioni e le realtà dell’Europa e che vuole ricucire tale frattura.
Ricordava il noto sociologo come: ”la sempre più stretta unione delle nazioni europee è un obiettivo che merita di essere perseguito, ma che ha bisogno urgente di essere definito con maggiore precisione. Il punto di partenza sulla strada verso questa meta è l’Unione Europea così come esiste realmente.
Una delle questioni di fondo sollevate da Dahrendorf e che il sottoscritto a 17 anni di distanza trova sempre drammaticamente reali e realistiche, è se davvero l’unione monetaria contribuisca alla soluzione dei problemi reali degli Stati Europei e dei loro cittadini:
  1.      Disoccupazione
  2.      Competitività
  3.       Riforma Welfare State
  4.       Delusione
  5.       Nuove minacce

Senza passare per cronico pessimista, non mi pare che siano questioni che siano state totalmente o parzialmente risolte, dato che a distanza di quasi 20 anni continuano a ricorrere nelle priorità dei vari programmi europei e delle politiche da implementare. Basti pensare alle priorità della strategia comunitaria Europa 2020 con cui abbiamo iniziato l’articolo.
Sostiene Dahrendorf a proposito del sogno europeo che “le speranze che non si colorano di realtà sono illusioni” ed io mi permetto di aggiungere vane ed inutili illusioni.
Sostenva Dahrendorf che “l’Europa dev’essere un parto della testa, non una questione di cuore. Io non sogno una superpotenza europea, che sieda al tavolo con gli Stati Uniti e la Cina o chiunque altro, in un mondo diviso fra grandi blocchi. Questo d’altronde sarebbe né più né meno che un sogno nazionalistico, con la sola differenza che metterebbe l’Europa al posto dello Stato nazionale…
Penso invece ad un’Europa in cui sia facile viaggiare da Aberdeen a Palermo, in cui il titolo di studi dell’università di Aberdeen sia riconosciuto anche a Palermo, in cui mi sia possibile cambiare senza fatica le mie sterline prese in Scozia in lire prese in Sicilia, un’Europa della convertibilità. La convertibilità è sempre un fatto di testa, laddove l’unità è un fatto di cuore”.
Si tratta di una posizione di criticismo verso un’idea di Europa fino a questo momento presente assolutamente condivisibile, soprattutto in luogo del rigore imposto dall'UE. 
Il rigore da solo non basta.
Ricordo le parole solo pochi mesi fa del Presidente della Consob, Giuseppe Vagas: ”un’austerità senza speranza può diventare il detonatore di una crisi generalizzata…  La risposta va trovata agendo direttamente nell'economia reale.”
Ritorniamo al punto quasi iniziale, cioè si tende sempre a focalizzare l’attenzione sull'unione monetaria, sul pilastro economico-finanziario, tralasciando quello politico e di un’efficacia ed adeguata governance.
Anche nei mesi scorsi il Presidente dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, è intervenuto a proposito delle priorità "di politica economica del nuovo governo italiano", specie in tema fiscale. Lasciando la sede del Consiglio europeo a fine vertice, lo stesso  Ministro dell’Economia, Saccomanni, ha voluto precisare: "Ho ribadito che vogliamo rimanere all'interno degli impegni assunti a livello comunitario, che le misure che stiamo prendendo adesso, che sono misure ben note e che affrontano problemi urgenti, saranno prese in maniera tale da non alterare i saldi della finanza pubblica per il 2013". Il ministro ha voluto sottolineare che il programma presentato è stato largamente approvato dagli addetti ai lavori in Italia: "C'è un ampio consenso politico per fare questo tipo di mantenimento, ovvero  combinare il consolidamento, il rafforzamento della finanza pubblica con programmi di riforme e interventi su questioni urgenti senza sconvolgere gli impegni assunti".
Così come ogni qualvolta l’UE fissa obiettivi specie e soprattutto in tema di finanza pubblica, di efficienza della pubblica amministrazione,  in materia finanziaria e banche, di tassazione e concorrenza.
Come concluse Dahrendorf nelle sue riflessioni: ”ancora una volta l’Europa attraversa un momento di crisi. Speriamo che venga utilizzato con saggezza”.
Non c’è che augurarsi a questo punto che la nuova strategia comunitaria per la crescita che va sotto il nome di Europa 2020, possa davvero rappresentare un nuovo corso nel rilancio di un'economia più competitiva e con un più alto tasso di occupazione, attraverso l’implementazione di politiche intelligenti, sostenibili,  solidali e che possano contribuire a far rinascere dentro la coscienza di ogni cittadino europeo, la centralità e la vicinanza di un’UE come reale istituzione politica, attenta ai bisogni e alle esigenze dell’economia reale e della vita delle persone e non solo ad un’unione monetaria attenta ai vincoli di bilancio e ai vari patti di stabilità.


lunedì 2 settembre 2013

Azione e interazione sociale


In sociologia esiste un paradigma che consiste nel prendere alla lettera il fatto che ogni fenomeno sociale è il risultato di un insieme di azioni individuali (sociologia dell’interazione). Dunque, qualsiasi fenomeno sociale è sempre il risultato di azioni, di atteggiamenti, di credenze e in genere di comportamenti individuali.
La sociologia dell’azione è nata storicamente in Germania con i grandi scritti epistemologici di Max Weber e Simmel.












Posta questa premessa, l’individualismo metodologico è il principio secondo cui ogni fenomeno sociale va preso per ciò che è, cioè il risultato di azioni e comportamenti individuali.
Sostiene Max Weber: “Anche la sociologia non può che prendere le mosse dalle azioni di uno, di alcuni o di molti individui, e ha quindi l’obbligo di adottare metodi rigorosamente individualistici”.
Da un punto di vista sociologico, una società è individualistica quando assegna in generale all'individuo un valore preminente, in senso metodologico la nozione di individualismo implica che per spiegare un fenomeno sociale si debba risalire alle sue cause individuali. Tale approccio parte dal presupposto che l’attore sia stato socializzato, cioè che sia in relazione con altri attori che come lui occupano dei ruoli sociali. Ciò non contribuisce a creare un’immagine atomistica della vita sociale, ma interazionistica.
E ciò appare ancora più evidente in tempi come i nostri, dove il nostro vivere quotidiano, sia professionale che privato è scandito dai concetti di rete e sistema.
Quante volte sentiamo parlare circa la necessità di far sistema, di far rete.
In questo senso, memorabile è la lezione di Von Bertalanffy, per il quale “il solo modo in cui è possibile studiare un’organizzazione è quello di studiarla come un sistema”.
Von Bertalanffy definisce sistema, un complesso costituito da elementi in interazione. Pertanto, qualsiasi soggetto sistemico non è solo un aggregato di elementi, ma un complesso di componenti che interagiscono fra di loro. E’ importante quindi il tipo di legame che si stabilisce, cioè l’interazione, ovvero che le parti necessitino di essere in contatto fra di loro attraverso rapporti biunivoci e feed-back. Ciò è fondamentale affinché un complesso di elementi possa essere definito come sistema, altrimenti in mancanza di interazione tra la parti, avremo un insieme, dove l’unico legame è l’appartenenza ad uno stesso gruppo.
Pertanto, se ragioniamo in termini di scambio comunicativo, significa che la realtà sociale è data da oggetti e attori che non esistono in sé, ma che esistono per me, in quanto entrano in relazione con me in un certo tempo e in un certo spazio. Quindi la realtà è una rete a più dimensioni formata da relazioni tra oggetti e attori/soggetti. Diviene importante quindi cogliere in maniera adeguata sia ciò che entra in contatto con noi, sia il nostro modo di porci nei confronti del reale, quindi iniziare ad attribuire significati di relazione, non in base ad una conoscenza esperenziale o informativa, ma anche imparare a leggere la diversità nello scambio comunicativo che costituisce il modo di essere del soggetto sociale. Essere consapevoli che il mutamento non è il risultato, ma la regola, è il passo iniziale per far si che non sia più l’informazione proveniente dall'esterno a doversi incasellare nella nostra mente, ma devono essere le nostre categorie mentali ad essere costruite in modo da far aderire il nostro pensiero al reale e cioè far si che la rete delle relazioni sociali non ci trovi attori (sistema che può essere letto attraverso diverse forme conoscitive: modalità e significati sono dettati dall’esperienza), ma soggetti (modalità e significati sono dettati dalla comprensione oggettiva, quindi capacità di governare le proprie attribuzioni di significato).
La volontà è diretta dall'intelligenza, dalla capacità cognitiva. 
Ciò che però può in qualche modo condizionare la mia libertà sono limiti interni (volontà, ragione) o esterni (società, relazioni).
Una relazione è tale quando è adeguata, equa, cioè connotata dalla comprensione, dal saper riconoscere la pluralità e l’architettura delle motivazioni altrui. Quindi la possibilità di essere nel mondo, nella realtà, risiede nella capacità di relazione, di scambio intenzionale: essere consiste nello scambiare, nell'entrare in relazione.



domenica 1 settembre 2013

Buon rientro dalle vacanze...


Panta Rei augura a tutti voi un buon rientro dalle vacanze, auspicando che siano state ferie che abbiano ritemprato e ricaricato le batterie dopo un lungo periodo fatto di fatiche, pensieri, lavoro, impegni...




Non per nulla, il buon Cesare Pavese ne "Il mestiere di vivere" (1935/50) ricordava quanto:" Si aspira ad avere un lavoro per avere il diritto di riposarsi".


Non si può neanche non ricordare il saggio Pascal che nei suoi "Pensieri" (1670) ricordava quanto:"La felicità vera è nel riposo, non nel trambusto".



Infine, ancor più saggia è la massima di Rousseau nel suo "Saggio sull'origine delle lingue" (1755) nel quale egli sosteneva:"Tutti lavoriamo per arrivare al riposo: è ancora la pigrizia a renderci laboriosi".



Per quanto ci riguarda, il blog riprenderà nei prossimi giorni con la sua consueta attività con nuovi articoli subito a partire da domani e con nuove ed interessanti novità.
Buon proseguimento a tutti e a presto.


lunedì 12 agosto 2013

Il divenire dei tempi e degli eventi storici





Il problema del tempo si traduce per l'occidente nel problema stesso della storia, ossia nella situazione per la quale il carattere assolutamente nuovo degli eventi della tarda modernità inizia a reclamare una sistemazione diversa e per la quale il vecchio contenitore della storia si dimostra non più idoneo.
La storia quale creazione precipuamente umana viene così spinta ai suoi confini significanti, sedotta ed infine abbandonata dal mito del progresso e va a pagare il prezzo alto di tutte le emancipazioni reclamate nel tempo, senza potersi costituire, da sola, in maniera autonoma. Il mondo secolarizzato in balia dell'accelerazione tecnica non riesce più a definire se stesso, gli vengono a mancare parole che non sono già state bruciate da un uso fallimentare e, per quanto cerchi punti di appoggio, la storia stessa non contiene più alcuna redenzione possibile.






Infatti sin dal rinascimento, la storia è stata sinonimo di divenire teleologico, principio in funzione del quale gli avvenimenti continuavano a prodursi ed a trovare la propria cogenza foriera di ordine e significato.
Oggi invece che hanno perduto il loro valore unico ed irripetibile, il quid di evento, le stesse azioni umane si qualificano come sappiamo, solo in base alla loro utilità complessiva, al loro puro automatismo della funzione, quindi alla loro assoluta ed arbitraria anticipabilità o posticipabilità.


martedì 6 agosto 2013

La lezione di Alexis De Tocqueville




Mi è capitato nelle ultime settimane di ripensare e rileggere la grande lezione civile e politica di Alexis De Tocqueville.
Nel suo studio sugli Stati Uniti e sulla loro società politica, egli capì che era necessario, “scegliendo gli argomenti”, presentare soltanto argomenti che avessero un rapporto più o meno diretto con lo stato politico e sociale della Francia. In questo modo sarebbe stato positivo ogni sviluppo che avesse gettato luce su quei problemi francesi di libertà e uguaglianza che si sintetizzano in una parola sola: DEMOCRAZIA.

Il titolo dell’opera  sarebbe stato “La democrazia in America”.



Sono interessanti specie i primi 2 volumi dove Tocqueville tratta dell’influenza della democrazia sulle istituzioni e i costumi politici degli americani e dell’influenza della democrazia sulle idee, i sentimenti e i costumi privati degli americani. Inoltre vanno aggiunti 8 capitoli di ricapitolazione, riassumendo l’influenza della democrazia sulle idee, i sentimenti e i costumi privati degli americani.
Ciò che ha colpito maggiormente Tocqueville negli Stati Uniti è stata l’uguaglianza delle condizioni.
Lo sviluppo graduale dell’uguaglianza delle condizioni è un fatto provvidenziale, ne ha tutti i caratteri principali, è UNIVERSALE, è DURATURO, sfugge costantemente al potere umano; tutti gli avvenimenti, come tutti gli uomini, servono al suo sviluppo”.
E’ a questo punto che Tocqueville si domanda:

1.     Sarebbe saggio credere che un movimento sociale che viene da così lontano possa essere interrotto dagli sforzi di una generazione?

2.       È ammissibile pensare che, dopo aver distrutto la feudalità e vinto i re, la democrazia indietreggerà di fronte ai borghesi e ai ricchi?

3.       Indietreggerà ora che è divenuta così forte e i suoi avversari così deboli?


La prospettiva di questa rivoluzione democratica gli ispira una sorta di terrore religioso. Infatti gli sembra che sia in gioco Dio stesso…
Dio ha voluto questo progredire verso l’uguaglianza delle condizioni, al punto tale che pretendere di arrestare la democrazia sarebbe lottare contro Dio stesso, attaccandosi ad un passato che Dio stesso respinge. La volontà di Dio non è che i popoli cristiani si sforzino di dirigere il movimento ineluttibile che li trasporta?
E’ proprio con la società democratica  che si è realizzato il superamento del vecchio sistema, quello della società aristocratica. Essa se ben costruita dovrebbe portare ad una felicità ancora maggiore di quella procurata dalla società aristocratica. Per questo fine sarebbe sufficiente che lo stato egualitario fosse garantito e protetto dalla legge. Si avrebbe sicuramente meno splendore, ma anche meno miseria, meno ignoranza, piaceri meno estremi, ma un benessere più generale. Tocqueville dice a questo proposito: ”La Nazione nel suo complesso sarà meno brillante, meno gloriosa, meno forte, forse; ma la maggioranza dei cittadini vi godrà di una sorta più prospera ed il popolo vi si mostrerà pacifico, non perché disperi di stare meglio, ma perché sa di stare bene”.
In riferimento al contesto europeo, la realtà è che la democrazia è stata abbandonata ai suoi istinti selvaggi e della società si conoscono soltanto i vizi e le miserie.
L’analisi di Tocqueville in questo senso si fa sempre più puntuale e stringente allorquando egli sottolinea la qualità e l’eccellenza dei suoi funzionari pubblici:” non saprei immaginare nessuno di più semplice nei modi di fare, di più accessibile a tutti, di più attento alle richieste, di più civile nelle risposte di un uomo pubblico negli Stati Uniti”.
Dei funzionari statunitensi Tocqueville ammira non soltanto la dedizione al lavoro, ma soprattutto la loro capacità di non porsi al di sopra dell’ordinario cittadino: essi sono aperti e disponibili alle richieste che provengono dall’esterno.
Con dispiacere, amarezza, ma lucida visione critica, osserva quanto sia diverso il comportamento dei funzionari pubblici europei, pronti al dileggio degli interlocutori e dei frequentatori dei loro uffici, interessati soprattutto a mettere in luce la superiorità dei loro ruoli, i benefici e gli attributi che ne derivano.
E’ fin troppo evidente che non si può restare insensibili se pensiamo alla storia recente del nostro Paese e a quanto tali considerazioni risalenti al quinquennio 1835-1840 siano tremendamente e aggiungo drammaticamente reali, realistiche e stringenti nella lettura della nostra realtà quotidiana.
Si tratta di una questione che riguarda molto da vicino la cosiddetta etica nella vita pubblica.
L’auspicio anche piuttosto romantico e idealistico sarebbe che il pensiero di Tocqueville potesse fungere da faro illuminante per la strada maestra dei nostri governanti ed amministratori, sebbene la realtà sia ben diversa, nonostante i moniti e i richiami formali da più parti auspicati.
Il problema e le soluzioni ideali non sono facilmente individuabili come è facile intuire, la questione è evidentemente complessa sia come lettura che come proposta di solving problem. Sicuramente è un problema culturale, di scarsa sensibilità politica e sociale di un’intera e forse più di una generazione politica.
Ma non solo forse…
Ci sarebbe da augurarsi quanto prima un nuovo anno 0 nella vita culturale, politica e sociale di questo Paese, in un processo di rinnovamento strutturale che partisse dal basso, dal singolo individuo per salire di livello fino alle strutture centrali del potere.
Certo, un sogno forse, uno di quei sogni chiamati utopia.
Può darsi…
Come ho iniziato, mi piace terminare questo post, appoggiandomi nuovamente al pensiero di Tocqueville e ricordando il “suo” sillogismo costitutivo delle società complesse: la salvaguardia della democrazia implica lo sviluppo di una capillare partecipazione dei cittadini alla vita della comunità civile.
Il mio augurio è che questo monito possa rappresentare una nuova base di partenza nella vita di tutti.



sabato 27 luglio 2013

Del linguaggio...




Il linguaggio rituale autoritario si diffonde ormai su tutto il mondo globalizzato e secondo Roland Barthes è un "linguaggio proprio di tutti i regimi autoritari". Oggi che la sostanza dei differenti regimi non si manifesta in più modi di vivere alternativi, si adagia invece in differenti tecniche di manipolazione e di controllo, soprattutto laddove non sembra trasmettere ordini ma informazioni,dove non chiede,come un tempo, obbedienza ma scelta e libertà. 




Questo controllo viene esercitato dal linguaggio mediante la riduzione di forme linguistiche e dei simboli usati per la riflessione e lo sviluppo e soprattutto mediante la sostituzione di immagini ai concetti. E non importa che i destinatari credano o meno a ciò che viene loro detto, quanto che curandosene o meno, pur tuttavia agiscano in conformità ad esso. Una persona infatti non crede in una proposizione che esprime un concetto operativo, ma è la proposizione stessa che va a giustificarsi nell'azione. Ciò detto,evidenzia come il linguaggio politico è divenuto essenzialmente un linguaggio pubblicitario e colmando la lacuna tra le due sfere della società un tempo agli antipodi, ne consegue che questa tendenza esprime meglio di altre quanto il potere e l'amministrazione hanno cessato di essere funzioni indipendenti nelle società ipertecnologiche odierne. Ciò tuttavia non significa che il potere dei politici sia diminuito, anzi tutt'altro, infatti quanto più la sfida che essi cavalcano assume carattere globale, tanto più questi sono liberi da una effettiva sovranità popolare ed i nuovi simboli della politica divengono così quelli degli affari, dello sport e del commercio. Con il che la congiunzione tra politica, affari e divertimento è totale.
Questo linguaggio di slogan ad hoc non dimostra e non spiega, ma comunica con decisioni ed input dettati dal e sul momento. E come ogni linguaggio che definisce, stabilisce a priori torti o ragioni e prende un valore per giustificarne un altro. Al tempo stesso è carico di una falsa familiarità, risultato della continua ripetizione e del tono diretto e popolare che viene abilmente impartito alla comunicazione. Si stabilisce in tal modo una relazione immediata con il destinatario, abolendo le distanze di status e di educazione. La stessa familiarità viene stabilita per mezzo di un linguaggio personalizzato che svolge un ruolo considerevole nelle tecniche di comunicazione. Si parla infatti sempre del "Tuo" negozio, del "Tuo"giornale, del "Tuo"deputato, ogni cosa viene così rapportata intorno ed in una prossimità totale a noi. In siffatta maniera cose e funzioni generali, prodotte in serie ed imposte al pubblico, vengono presentate come se fossero state create "esclusivamente per noi". Ecco che, facendo un passo indietro, fa poca differenza che gli interpellati ci credano o meno, il successo di questa tecnica indica che essa promuove l'identificazione degli individui con le funzioni che essi e gli altri svolgono. E, questo esistere come strumento, come cosa è la forma di servitù dell'individuo connaturata alla globalizzazione.